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 In questi anni si è registrato una crescente attenzione nei confronti del sovrallenamento, la ricerca tramite l’analisi di molteplici parametri rilevati su una moltitudine di atleti di medio e alto livello di varie discipline, sia di endurance che di potenza. L’interesse principale degli studi sul sovrallenamento è stato quello di definirne al meglio tutti gli elementi che lo caratterizzano, i mezzi che ne consentono la diagnosi e le procedure che ne favoriscono la prevenzione o la cura, quando esso si sia ormai verificato.

Il sovrallenamento (overtraining) viene oggi definito come una situazione di squilibrio tra gli stress derivanti dai carichi di lavoro sostenuti in allenamento o in competizione e le capacità di recupero dell’atleta; esso provoca un calo prestativo a livello psico-fisico ed è caratterizzato da turbe neuroendocrine, che comportano alterazioni della trasmissione e/o della risposta degli organi bersaglio a segnali ergotropici.

Per poter affermare che un atleta si trova in una situazione di sovrallenamento è indispensabile il riscontro di un calo prestativo duraturo. Non esiste infatti una netta demarcazione tra la normale fatica fisiologica e il sovrallenamento, ma bensì esiste una fase intermedia, definita sovrallenamento e breve termine (overreaching). Non è semplice giudicare quando un atleta, da una situazione di normale affaticamento, stia entrando in uno stato di overreaching o quando da questo stia sconfinando nell’overtraining. Tanto più che oggi si arriva deliberatamente in una situazione di overreaching, al fine di ottenere grazie ad un adeguata fase di scarico e rigenerazione il massimo adattamento e di conseguenza, la massima elevazione delle capacità prestative.

Una delle caratteristiche che distinguono il sovrallenamento a breve termine da quello vero cioè l’overtraining è la constatazione che dal primo, dopo un adeguato recupero, è possibile ottenere dei miglioramenti prestativi (secondo alcuni allenatori, superiori a quelli che si potrebbero raggiungere senza sconfinare nell’overreaching), mentre una volta incorsi nel secondo, l’unica via di uscita è una fase di recupero che si protragga per settimane con un consensuale scadimento della performance.

Per quanto riguarda gli elementi della struttura dell’allenamento che favoriscono l’insorgenza del sovrallenamento si ritiene che incida maggiormente il volume di lavoro, specie se di intensità relativamente elevata, piuttosto che

la sua intensità di per sé. Tuttavia è ragionevole ritenere che un ruolo importante possa essere giocato sia dalla scelta e dalla combinazione reciproca dei mezzi di allenamento, sia dal rapporto tra le fasi di carico e quelle di scarico (all’interno del microciclo settimanale, come del macrociclo e, più in generale, della pianificazione stagionale).

Spesso si è portati a pensare che il sovrallenamento debba riguardare solo coloro che praticano sport a livello agonistico, affrontando carichi di lavoro posti in assoluto ai limiti della capacità di sopportazione dell’organismo umano. L’esperienza dimostra invece che nel sovrallenamento possono incorrere anche soggetti che non sono sottoposti a carichi di lavoro elevati in assoluto, ma comunque eccessivi in relazione alle capacità di sopportazione individuale; su queste ultime possono incidere molteplici fattori, inclusi quelli legati allo stile di vita.

La recente fioritura di ricerche mirate al problema del sovrallenamento ha consentito un miglior riconoscimento degli elementi indicatori dell’overtraining nelle sue diverse forme e gradazioni, nonostante sia ancora indispensabile un approccio diagnostico basato sulla valutazione di Un vasto spettro di elementi. Non esiste, in altri termini, il “test” o il “marker” che riveli lo stato di sovrallenamento; per un sicuro riconoscimento del problema occorre incrociare diverse informazioni, riguardanti innanzi tutto il livello prestativo dell’atleta e poi parametri ematici e psicologici.

 

SEGNI CLINICI DEL RISCHIO DI SOVRALLENAMENTO

- Diminuzione della capacità di prestazione

- Ridotta tolleranza ai carichi di allenamento

- Perdita di coordinazione

- Diminuita efficienza ed ampiezza del movimento

- Ridotta capacità di correggere gli errori tecnici

- Aumento della frequenza cardiaca e della ventilazione ad intensità sottomassimali

- Dolenza muscolare

 

SINTOMI DEL SOVRALLENAMENTO DI TIPO SIMPATICO

- Peggioramento della prestazione

- Perdita del desiderio di allenarsi e gareggiare

- Aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo

- Ipotensione ortostatica

- Ritardato recupero dopo l’esercizio

- Diminuzione dell’appetito

- Perdita di peso

- Irritabilità

- Insonnia

- Aumento dell’incidenza di infortuni e infezioni

SINTOMI DEL SOVRALLENAMENTO DI TIPO PARASIMPATICO

- Peggioramento della prestazione

- Diminuzione della frequenza cardiaca a riposo

- Ipoglicemia durante l’esercizio

- Apatia generale

- Diminuiti livelli di frequenza cardiaca e lattacidemia dopo l’esercizio massimale

I parametri ematici riguardano il sistema endocrino, e in particolare le secrezioni di catecolamine, corti solo e testosterone.

 

Da un punto di vista clinico si distinguono due tipi di superallenamento:

Nel primo, caratteristico degli atleti praticanti discipline di potenza, prevalgono i sintomi legati ad un aumento dell’attività simpatica (aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo, diminuzione dell’appetito, dimagramento, irritabilità, insonnia, ecc.);                                                                   

Nel secondo, tipico degli atleti di resistenza, la sintomatologia è legata ad una inibizione del sistema simpatico e quindi ad una prevalenza del parasimpatico (bradicardia a riposo e da sforzo, ipoglicemia durante l’esercizio, riduzione della massima capacità lattacida, apatia). Alcuni di questi sintomi, come la bassa frequenza cardiaca a riposo e un più rapido recupero della frequenza cardiaca basale dopo lo sforzo, sono assai ingannevoli, potendo essere confusi con le modificazioni positive indotte dall’allenamento.

E’ noto infatti come gli atleti allenati alla resistenza mostrino i segni di una ridotta attività simpatica in risposta al lavoro, indicata da bassi livelli plasmatici di noradrenalina (NA) e adrenalina (A), controbilanciati tuttavia da un’accresciuta sensibilità periferica alle catecolamine, testimoniata da una maggior densità di beta-2 adrenocettori sulle cellule bersaglio.

Negli atleti che soffrono del tipo parasimpatico di superallenamento l’escrezione basale di catecolamine è ridotta, indicando una diminuzione dell’attività simpatica intrinseca. (segno di fatica centrale?). Per contro, la risposta adrenergica allo stress imposto dal lavoro è accresciuta in conseguenza di una minor sensibilità periferica alle catecolamine, dovuta alla ridotta densità degli adrenocettori degli organi bersaglio (segno di fatica periferica?).

Si realizzano pertanto situazioni opposte a quelle che caratterizzano l’adattamento alle attività di resistenza.

Il superallenamento di tipo parasimpatico è inoltre caratterizzato da un esaurimento dell’asse ipofisi-surrene con mancata risposta agli stimoli dell’ipoglicemia e dell’esercizio fisico, di cui sarebbe espressione una ridotta secrezione di cortisolo.

Il superallenamento di tipo simpatico è invece caratterizzato da un’accresciuta secrezione di cortisolo, legata ad una ridotta sensibilità dei recettori dell’ippocampo al cortisolo medesimo con sottoregolazione del normale feed-back e ripetuta attivazione da stress dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene.

 

Cortisolo

I livelli plasmatici del cortisolo aumentano dopo un esercizio di intensità superiore al 50% del Vo2 max come conseguenza dell’attivazione da stress dell’asse ipofisi-surrene e ritornano ai valori basali entro qualche ora.

Durante un ciclo di allenamento si verificano modificazioni dei livelli basaIi del cortisolo in relazione al volume totale dei carichi di lavoro e/o agli adattamenti conseguiti dagli atleti. In particolare, valori basaIi di cortisolo elevati si trovano nelle fasi di lavoro allenante incrementale, associati a ridotta capacità di prestazione e si normalizzano con il perfezionarsi dell’adattamento e il parallelo miglioramento della prestazione.

Invece, se la prestazione dell’atleta rimane a bassi livelli malgrado la modulazione del carico nelle fasi successive del ciclo di allenamento e i livelli basali del cortisolo non si normalizzano in alcune settimane si deve concludere per un mancato adattamento.

In questo senso, elevati e persistenti livelli basali di cortisolo sono indice di rischio di superallenamento.

 

Testosterone

L’esercizio breve e intenso determina un aumento del testosterone come risposta alla generale attivazione ipofisaria; l’esercizio prolungato determina una riduzione del testosterone, specie nei soggetti non adattati, probabilmente dovuta alla inibizione da stress della secrezione gonadica legata all’aumento della prolattina e del cortisolo.

I livelli basali di testosterone appaiono ridotti negli atleti praticanti sport di resistenza, specie nelle fasi di lavoro incrementale, per riduzione della funzione testicolare da disfunzione ipotalamica da stress.

Rapporto testosterone/cortisolo

Il rapporto T/C, calcolato sui valori di base dei due ormoni, è ritenuto un indice dell’attività anabolica dell’organismo: una sua diminuzione indica una tendenza al catabolismo, mentre un aumento esprime una tendenza verso l’anabolismo.

Una certa diminuzione del rapporto T/C nelle fasi di incremento dei carichi di lavoro è indice di un allenamento adeguato ed efficace. Tuttavia, una diminuzione del T/C superiore al 30% rispetto ai valori iniziali è considerata da alcuni un indice di rischio di superallenamento.

La prevenzione del sovrallenamento

Deve essere innanzi tutto effettuata attraverso un’attenta programmazione dell’allenamento, che preveda un’attenta pianificazione dei carichi di lavoro, della loro quantità e dei loro reciproci rapporti; è inoltre indispensabile analizzare gli elementi che possono direttamente o indirettamente rivelare le capacità individuali di sopportazione dei carichi di lavoro stessi.

In particolare, si suggerisce di attuare la prevenzione attraverso i punti seguenti:

- struttura dell’allenamento che preveda adeguati periodi di rigenerazione;

- individuazione ed esecuzione periodica di una serie di test, che consentano di evidenziare eventuali segni di sovrallenamento;

- esecuzione dei test in momenti in cui non vi sia il rischio di confondere la normale fatica derivante dall’allenamento con i possibili segnali di sovrallenamento.

La programmazione scrupolosa dell’allenamento e gli opportuni controlli, per quanto mirati e dettagliati, non devono comunque far passare in secondo piano le sensazioni soggettive dell’atleta, che, quando correttamente interpretate, assumono un’importanza cruciale anche nell’interpretazione dei dati oggettivamente riscontrati nei test e negli esami ematici o di altra natura.

Dott. Andrea Rizzo – Scientific Training

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