In questi anni si è registrato una crescente attenzione nei confronti del sovrallenamento, la ricerca tramite l’analisi di molteplici parametri rilevati su una moltitudine di atleti di medio e alto livello di varie discipline, sia di endurance che di potenza. L’interesse principale degli studi sul sovrallenamento è stato quello di definirne al meglio tutti gli elementi che lo caratterizzano, i mezzi che ne consentono la diagnosi e le procedure che ne favoriscono la prevenzione o la cura, quando esso si sia ormai verificato.
Il sovrallenamento (overtraining) viene oggi definito come una situazione di squilibrio tra gli stress derivanti dai carichi di lavoro sostenuti in allenamento o in competizione e le capacità di recupero dell’atleta; esso provoca un calo prestativo a livello psico-fisico ed è caratterizzato da turbe neuroendocrine, che comportano alterazioni della trasmissione e/o della risposta degli organi bersaglio a segnali ergotropici.
Per poter affermare che un atleta si trova in una situazione di sovrallenamento è indispensabile il riscontro di un calo prestativo duraturo. Non esiste infatti una netta demarcazione tra la normale fatica fisiologica e il sovrallenamento, ma bensì esiste una fase intermedia, definita sovrallenamento e breve termine (overreaching). Non è semplice giudicare quando un atleta, da una situazione di normale affaticamento, stia entrando in uno stato di overreaching o quando da questo stia sconfinando nell’overtraining. Tanto più che oggi si arriva deliberatamente in una situazione di overreaching, al fine di ottenere grazie ad un adeguata fase di scarico e rigenerazione il massimo adattamento e di conseguenza, la massima elevazione delle capacità prestative.
Una delle caratteristiche che distinguono il sovrallenamento a breve termine da quello vero cioè l’overtraining è la constatazione che dal primo, dopo un adeguato recupero, è possibile ottenere dei miglioramenti prestativi (secondo alcuni allenatori, superiori a quelli che si potrebbero raggiungere senza sconfinare nell’overreaching), mentre una volta incorsi nel secondo, l’unica via di uscita è una fase di recupero che si protragga per settimane con un consensuale scadimento della performance.
In maniera forse provocatoria, da sempre nell’ambiente delle palestre si sente dire questa frase! Ora ripescare questo detto (letteralmente: “Zitto e fai squat!!! …ti fa bene!) nell pieno del boom di popolarita’ delle ginnastiche dolci e del pilates, potrebbe sembrare anacronistico e fuori luogo ma, se avrete la curiosita’ e l’interesse di andare oltre il titolo provocatorio e continuare a leggere, vedrete che vi sono mille ragioni per dire che lo Squat, se eseguito correttamente, fa bene per davvero!
In primo luogo, specifichiamo una cosa fondamentale: lo squat non e’ un esercizio per le gambe (la leg press lo e’)!!!
Lo squat e’ uno degli esercizi piu’ completi in cui sinergia e coinvolgimento muscolare ed articolare sono talmente alti che deve essere considerato allenante per tutto il corpo.
Come tutti ben sanno e’ di fondamentale importanza prima di compiere un qualunque sforzo sia
esso un gesto atletico o una attivita’ quotidiana far si che il nostro corpo sia “pronto” al meglio
ad eseguire quel determinato movimento al fine di limitare il rischio di infortuni ed ottenere la
miglior prestazione.
Molto spesso quello che vedo nelle palestre e’ purtroppo un modo di scaldarsi errato o addirittura inesistente!
Che senso ha correre o pedalare per 10 minuti per poi cimentarsi con la panca piana o le trazioni alla sbarra?! Nessuno dico io!