LE CONDIZIONI FONDAMENTALI PER ECCELLERE NELLO SPORT

-By Dott. Andrea Rizzo-

GENI4

Questo sarà argomento di un mio prossimo articolo che concluderò di scrivere dopo la gara, ora gran parte dell’energie fisiche e mentali sono rivolte ad essa…
Comunque il raggiungimento dell’eccellenza sportiva sia negli sport da prestazione e sia nel bodybuilding, QUINDI ESSERE UN CAMPIONE è data dalla presenza fondamentale di 2 caratteristiche FISICHE le quali prediranno il futuro di un atleta, esse sono: IL TALENTO INNATO e LA CAPACITA’ DI ADATTAMENTO ALL’ALLENAMENTO, queste due sono caratteristiche GENETICHE. Ma per il raggiungimento dell’eccellenza è fondamentale insieme al corredo genetico, la MOTIVAZIONE che caratterizza l’atleta e con essa la DEDIZIONE e COSTANZA che viene dimostra negli anni di allenamento. Se non si ha la “testa da atleta” la genetica ti porta fino ad un certo punto ma poi non basta per arrivare al TOP.
Aggiungerei la FORTUNA di non incorrere in infortuni compromettenti la carriera.
Concludo dicendo che un ronzino se lo dopi non diventerà mai un Varen, proprio come il culturista mediocre che anche super dopato non diverrà mai un Mr.Olympia.
Di atleti che mostrano le caratteristiche indicate in precedenza nella loro massima espressione se ne possono trovare molto pochi… E anche chi le possiede talvolta non è in grado di riconoscerle.

E’ bene quindi essere realisti ed onesti, questo lo dico da preparatore e Dottore in scienze motorie, siccome tra le mie competenze vi è anche quella della scoperta dei talenti.
E’ giusto, sempre con le dovute valutazioni, per le quali serve tempo e lavoro a stretto contatto con gli atleti per acquisirle, saper decifrare il potenziale di un soggetto, in modo da poterlo indirizzare al meglio ottimizzando gli obiettivi senza illuderlo e allo steso tempo senza demoralizzarlo. Non vuol dire spezzare dei sogni vuol dire indicare la strada giusta e gli obiettivi perseguibili.
Questa è ONESTA’ E CORRETTEZZA.

MA PARLIAMO UN PO’ DI:
ESERCIZIO FISICO ED ESPRESSIONE GENETICA…

E’ ben noto che un adeguato corredo genetico (DELLA SERIE….scegliamoci i giusti genitori) rappresenta un prerequisito essenziale per il raggiungimento di prestazioni di livello assoluto nell’ambito delle varie discipline sportive. E’ altrettanto vero però che l’allenamento è in grado di modificare in maniera sostanziale l’espressione genica soprattutto a livello delle fibre muscolari scheletriche (Kady F. 2000).
Queste cellule lunghe anche parecchi centimetri, hanno caratteristiche peculiari essendo elementi plurinucleati (sincizi), dotate di un complesso macchinario proteico, con isoforme diversificate nei diversi tipi di fibre e di un assetto metabolico altamente specializzato. Tutte queste caratteristiche possono essere modificate attraverso un idoneo esercizio fisico. Le fibre possono infatti aumentare le loro dimensioni (ipertrofia), aumentare il numero dei nuclei, aumentare e modificare il corredo di isoforme proteiche, incrementare e modificare le loro attività metaboliche in risposta alle nuove esigenze funzionali.

Molti dei sistemi di segnalazione in grado di indurre tali cambiamenti sono ben noti (fattori autocrini, paracrini, ormonali, neurali, fattori di crescita, flussi di metaboliti intermedi etc.). La gran parte di essi hanno come target i mionuclei, potendone modificare i processi trascrizionali e traslazionali dell’mRNA. Recentemente è stato proposto che anche le forze meccaniche, che si sviluppano durante l’allenamento, possono in via diretta influenzare la funzione dei mionuclei. E’ stato dimostrato, infatti, che nel contesto della membrana plasmatica (sarcolemma) di questi elementi sono presenti alcuni complessi proteici che connettono la matrice extracellulare (MEC), organizzata attorno alle miofibre (membrana basale), con l’impalcatura interna delle stesse fibre (citoscheletro) (Chon R.D. et al. 1999).

I complessi proteici delle integrine e delle glicoproteine associate alla distrofina (DGC) oltre che accoppiare meccanicamente il compartimento extra ed intracellulare, funzionano anche da recettori di membrana in grado di attivare una serie di sistemi segnalanti biochimici diretti verso i nuclei (Magaudda et al., 2000). Riteniamo opportuno, a questo punto ricordare, che la membrana basale rappresenta l’estrema periferia del complesso di strutture connettivali presenti all’interno di ogni muscolo. Questa impalcatura fibrosa, oltre a connettersi con l’involucro esterno (epimisio), è in diretta continuità con le strutture tendinee attraverso le cosiddette giunzioni miotendinee. E’ facile quindi comprendere come muscoli e tendini rappresentino un’unica entità funzionale e come le forze tensili, sviluppate durante il lavoro muscolare, possano essere trasmesse dalle terminazioni tendinee fino alle membrane basali che contornano le singole fibre.

L’energia meccanica giunta a questo livello, può essere trasferita verso il citoscheletro proprio attraverso i sistemi di integrazione sopra descritti e questi, peraltro, così stimolati, attivano una serie di molecole segnalanti dirette verso i nuclei in grado di modificare la trascrizione genica. D’altra parte, l’ipertrofia compensatoria, determinata dall’allenamento di forza di notevole entità e prolungato nel tempo, favorendo un notevole incremento volumetrico delle miofibre, deve essere supportata da un aumento numerico dei mionuclei (Kady F. 2000). Questa possibilità è fornita dalle cellule satelliti, mioblasti quiescenti, capaci sotto opportuna stimolazione di proliferare e funzionare da donatori di nuovi nuclei per le fibre muscolari cui sono associate. Anche queste cellule hanno un intimo rapporto con la lamina basale delle miofibre, mediato dalle integrine. A questo proposito è stato proposto che le forze meccaniche generate da un allenamento intensivo, possono determinare un parziale distacco delle membrane basali dalla superficie delle fibre muscolari e delle cellule satelliti (Russel B. et al. 1992). Questa condizione può indurre, da una parte il rilascio dalle miofibre di alcuni fattori di crescita (FGF e IGF etc.), che influenzano l’attivazione e la proliferazione delle cellule satelliti, e dall’altra potrebbe abolire i segnali di stabilizzazione delle stesse cellule mediati dalle integrine. Si innesca in pratica un meccanismo di riparazione tissutale, pur in assenza di una reale degenerazione cellulare, nel quale la MEC gioca un ruolo fondamentale. In queste condizioni, le cellule satelliti proliferanti, esprimendo un repertorio di integrine caratteristiche della fase iniziale della miogenesi, possono anche fondersi tra di loro per formare nuove fibre muscolari e favorire il processo di iperplasia.

Un’altra via attraverso la quale le cellule satelliti possono essere attivate è fornita dalla liberazione massiva, da parte delle fibre muscolari, di ossido nitrico (NO), piccola molecola ubiquitaria altamente diffusibile ed importante modulatore del tono vascolare e della forza contrattile del muscolo scheletrico (Anderson J.E. 2000). Questo radicale libero viene sintetizzato ad opera di uno specifico enzima, ossido nitrico sintetasi (NOS) che nelle miofibre è associato al complesso DGC. In condizioni normali l’ossido nitrico diffonde in maniera pulsatile al di fuori della fibra per agire su cellule ed enzimi dell’interstizio, oppure viene neutralizzato dai globuli rossi dei vasi che circondano ogni fibra muscolare.

In corso di esercizio fisico le forze meccaniche stimolano il DGC, attraverso la MEC, sovraregolando l’attività NOS. La conseguente aumentata liberazione di NO, attraverso una vasodilatazione locale, migliora il trofismo delle fibre sottoposte al carico di lavoro. Quando il carico diventa sovramassimale la possibile deregolazione del sistema slatentizzando l’attività NOS favorirebbe una liberazione massiva del monossido.

Le cellule satelliti, vista la loro intima associazione con il sarcolemma, sono idealmente posizionate per essere il primo bersaglio sensibile all’elevata liberazione di ossido nitrico (Anderson J.E. 2000), cui rispondono attivandosi per proliferare.
Anche in questo caso, quindi, gli eventi meccanici connessi con il sovraccarico di lavoro trovano, nelle variazioni del rapporto fisico tra la matrice e la fibra muscolare, il sistema di segnalazione utile per favorire l’aumento dimensionale della massa muscolare.

L’approfondimento delle conoscenze di questi meccanismi e delle specifiche vie di segnalazione intracellulare che, oltre a modificare il fenotipo delle fibre muscolari, influenzano profondamente le attività metaboliche dell’intero organismo, rappresenta sicuramente un importante settore di sviluppo della ricerca di base connessa con la Medicina dello Sport, mirata oltre che al miglioramento delle perfomance sportive, anche alla prevenzione e alla terapia di importanti patologie metaboliche, attraverso una corretta “somministrazione” dell’attività motoria.
E a questo proposito, solo per dare un’idea di quanto importante sia la possibilità di modificare, attraverso specifici allenamenti, la percentuale dei diversi tipi di fibre presenti nei nostri muscoli, basta pensare che recenti studi hanno dimostrato che le proprietà metaboliche associate con le fibre a contrazione rapida sembrano avere un significativo impatto sul rischio di sviluppare specifiche malattie sistemiche come l’aterosclerosi, l’ipertensione, il diabete mellito di tipo II e l’obesità. Di converso l’allenamento di resistenza, favorendo l’incremento numerico delle fibre a contrazione lenta, migliora la capacità di clearance plasmatica del glucosio, degli acidi grassi liberi e dei trigliceridi, attraverso il loro utilizzo da parte del muscolo scheletrico, potendo così determinare un effetto benefico nei confronti delle patologie sopracitate.

LA CAPACITA’ MENTALE DELL’ATLETA DAL PUNTO DI VISTA DELLA FISIOLOGIA

Le basi fisiologiche delle capacità dell’atleta sono riscontrabili nella plasticità che detta corteccia neo-cerebrale ha ormai sperimentalmente dimostrato di possedere.

Si è appurato, infatti, che dalle continue stimolazioni che il cervello, o sistema encefalico, riceve dall’ambiente si originano dei complessi processi di apprendimento, i quali superano le risposte geneticamente fissate nei neuroni e aprono nuovi circuiti cerebrali, che consentono a loro volta di modificare l’ambiente. In altri termini, il sistema encefalico e l’ambiente esterno risultano essere due sistemi in collegamento, in un processo di reciproca influenzabilità. Per rispondere agli imprevedibili e mutevoli stimoli ambiente e adattarsi ad essi, il sistema encefalico e più in particolare, la neo-corteccia ha la possibilità di attivare nuovi circuiti cerebrali, superando la rigidità delle strutture geneticamente impostate, i quali comportano una vera e propria modificazione delle strutture cerebrali stesse.

Qualsiasi strumento, da quello meno evoluto alla parola, dal bilanciere alla macchina con contrappesi, una volta utilizzato diviene anche fonte di modificazione encefalica, per mezzo della sperimentazione e successiva stabilizzazione di quelli che abbiamo definito nuovi circuiti cerebrali. In sostanza l’esperienza modifica il cervello.

Scendendo un po’ più nel dettaglio l’allenamento avanzato comporta delle mutazioni biologiche stabilendo e stabilizzando nuove connessioni interneuroniche che portano alla formazione di sottosistemi cerebrali che si manifestano con funzioni innovative. In questo modo il processo che si instaura durante un allenamento produttivo in cui i fattori principali (intensità, volume, reclutamento ecc.) sono al massimo della resa, si evidenza come un meccanismo psichico, uno strumento mentale per consentire l’adattamento ad una realtà complessa e mutevole di un organismo altrettanto complesso e mutevole.

L’ASPETTO PSICOLOGIOCO RELATIVO ALLA MOTIVAZIONE DELL’ATLETA

Quelle che spingono l’agonista alla ricerca della massima performance sono numerose e complesse, ma sicuramente identificabili. Innanzitutto una motivazione di base si instaura nel momento in cui l’atleta prende cura della propria salute fisica e del benessere mentale. I “workout” specialistici ed una equilibrata alimentazione contribuiscono, da un lato a mantenere la forma fisica ideale e mentale, dall’altro a sostenere la costruzione del corpo come input ipertrofico e tenore psichico (il cosiddetto condizionamento mente-muscolo, il feedback, il training autogeno, le strategie di coping-processor).

Ma quando l’atleta utilizza la propria forma psico-fisica per mettersi a confronto con gli altri, in specialità singola o di squadra, qual è lo stimolo che determina “il puro agonismo”?

Le motivazioni interiori possono essere molteplici e indipendenti. L’agonista in sostanza gareggia per:

  • il desiderio di verificare il proprio stato di “tenuta” e “forma” psico-fisica. Assetto dietetico, programmazione negli allenamenti, uniti ad una integrazione ottimale ed al riposo indispensabile per i miglioramenti, sono alla base di una “peack-condition” che può essere verificata solo “in competizioni” con altri e questo determina lo spirito agonistico del soggetto-atleta che sente il bisogno di confrontarsi con i propri simili.

Si tratta di una forma di “rassicurazione intima” che conferisce sicurezza ed equilibrio interiore, una sorta di autorealizzazione finale che porta anche a predisporre l’individuo verso mete future, allargando la consapevolezza spirituale su di un’area sempre più vasta.

  • Raggiungere determinati obiettivi. La forza di volontà indotta dalla progressione dei risultati e dalla vittoria conseguita che iper-stimola l’atleta a competere prima con se stesso e poi con gli altri, evidenziando le doti di autostima, sicurezza ed autorevolezza del proprio IO, sviluppo della personalità interiore e miglioramento dei rapporti interpersonali e sociali.
  • L’appagamento del premio in denaro, il riconoscimento o la semplice ma importante medaglia. Il raggiungere queste mete costituisce il completamento della sfida.
  •  L’impulso a distinguersi dalla massa, a lasciare un segno perenne nell’ambito del proprio sport. In un’epoca in cui a vari livelli vige un appiattimento generalizzato, il poter inserire il proprio nome nell’albo d’oro di un record o di una performance sportiva straordinaria costituisce per un’atleta motivo di distinzione e di giusto orgoglio.
  • La spinta interna a migliorarsi , ad osare, a tirar fuori il meglio di sé, che è tipico del genoma umano. Se nel campo della conoscenza l’uomo si è enormemente emancipato rispetto ai tempi passati, anche nel campo delle “virtute” intese come coraggio, azione, capacità di addestramento psicofisico, ha compiuto e compie enorme progressi, aiutato dalla scienza medica e dalle ricerca, che spinge l’uomo a scoprire nuove frontiere.

Il soggetto con “una spinta in più” si presenterebbe con queste caratteristiche:

  • più svincolato da stimoli immediati quindi più posato e riflessivo (classico atteggiamento riscontrabile nel workout del campione rispetto al principiante);
  • con atteggiamento aperto verso l’ambiente, con una certa sensibilità e orientamento ad affrontare i problemi e una certa tendenza ad “andare oltre”, lasciandosi attrarre da ciò che è ignoto (l’ipertrofia e la qualità muscolare con tutti i risvolti connessi);
  • tendente ad affrontare il rischio senza essere intimorito a viverne le conseguenze (tipico di chi utilizza l’integrazione chimica);
  • maggiore originalità e flessibilità mentali;
  • fluidità e adattabilità di carattere, accompagnate però da un certo anticonformismo e una buona dose di aggressività.

Rispetto al passato la psicologia sportiva è cambiata, nell’era moderna è importante vincere, lo è per se stessi come propria affermazione fisica e come iter psicologico per una successiva autostima, conseguenza della propria imposizione-competizione; lo è per gli sponsor che si legano sempre più spesso all’atleta vincente.

BIBLIOGRAFIA

Anderson J.E. A role for nitric oxide in muscle repair: nitric oxide-mediated activation of muscle satellite cells. Moll Biol Cell 2000; 11:1859
Chon R.D., Mayer U., Saher G., Herrmann R., van der Flier A., Sonnenberg A. et al. Secondary reduction of a7b1 integrin in laminin a2 deficent congenital muscular dystrophy supports an additional transmembrane link in skeletal muscle. Journal of Neurological Sciences 1999; 5:2019-22
Kady F. Adaption of human skeletal muscle to training and anabolic steroids. Acta Physilogica Scandinavica 2000;168:1-51
Magaudda L., Di Mauro D. Messina L. Le interazioni cellula-matrice nel muscolo scheletrico:lo stato dell’arte. Med sport 2000;53:223-230
Russel B., Dix D.J., Haller D.L., Jacobs E.L. Repair of injured skeletal muscle: a molecular approach. Med Sci Sports Exerc 1992; 24:189-96

Non si giudica il merito di un uomo dalle sue grandi qualità ma dall'uso che ne sa fare.
Andrea Rizzo
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